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Tre cose da non dimenticare. Di Filippo Soresi Bordini.

Pubblichiamo questo articolo di Filippo Soresi Bordini, presente alla manifestazione antiracing internazionale di Manchester come indipendente.   3 cose da non dimenticare. Quanti pensieri nella testa, quante emozioni nel cuore, quanti brividi, quante facce, quante mani, quanti occhi lucidi, quanti abbracci, quanta condivisione, quante voci. Tante cose della protesta di Manchester sono indimenticabili, ma principalmente, a chi avrà la pazienza di leggere, ne voglio raccontare tre: – la polizia: io non so se gli inglesi siano profondamente diversi da noi al punto di potersi fidare di chi organizza una manifestazione e mandare in tutto 7 poliziotti per 350 persone. Era incredibile, noi eravamo a 5 metri da dove arrivavano i taxi che scaricavano quelle caricature di esseri umani, tra noi e loro non c’era nulla, non c’era una transenna, non c’era un cordone di polizia, niente. Ci sono stati 2 momenti di tensione, il primo quando dei deficienti si sono ostinati a passare in mezzo ai manifestanti e poco dopo la moglie di un trainer appena scesa dal taxi è tornata sui suoi passi per fare gestacci. Qualcuno ha fatto dei passi avanti, il marito l’ha portata via, i poliziotti hanno chiesto gentilmente di arretrare concludendo il tutto con un grazie. Il secondo momento, accaduto di fronte a me, è stato quando due giovani trainer prima di scendere dall’auto hanno cominciato ad alzare il dito medio e ad agitarlo verso di noi, con un sorriso beffardo, poi, una volta scesi sempre guardandoci, ma senza più sorridere, si sono messi ad urlare “FUCK OFF!”. A quel punto di nuovo qualche manifestante ha cominciato ad avanzare, una decina in tutto, io ho pensato “adesso succede un casino” e il poliziotto che era tra noi e quel coglione che fa? Si gira, dando a noi le spalle, i pericolosi e facinorosi manifestanti in teoria, prende quel pirla in malo modo, lo porta in un angolo ma non lo manda semplicemente dentro l’hotel, no, gli fa una ramanzina memorabile, dopo di che il tizio a testa bassa entra nell’albergo senza nemmeno alzare lo sguardo. Beh… io mi sono sentito tutelato, ovviamente non avrebbe potuto da solo in un attimo fermarci tutti e probabilmente era la cosa giusta da fare, forse l’unica, ma da quel momento non è successo più nulla, nonostante altre provocazioni, e non ho più avuto la sensazione che potesse succedere. In tutto il giorno, senza barriere, senza transenne, senza cordoni di polizia, senza armi, almeno in bella vista, non è successo nulla, nemmeno un pirla che abbia lanciato una moneta o anche solo uova. Niente di niente. Bravi tutti, davvero. I poliziotti parlavano spesso con i manifestanti, Michael James ripeteva al bisogno di essere rispettosi dell’ordine pubblico, di non dare pretesti per rovinare il messaggio della manifestazione, ricordandoci che sapeva benissimo di che feccia stava parlando, spesso parlava con i poliziotti a sua volta che avevano sempre un linguaggio del corpo amichevole. E c’è chi giura che uno di loro durante un discorso che ascoltava con attenzione avesse gli occhi lucidi. – il minuto di silenzio: prima dei discorsi ufficiali era una bolgia infernale, quando partivano i cori all’unisono mi tremavano le gambe, urlavo a squarciagola, più forte che potevo, mi scendevano le lacrime da tanto ero emozionato e credevo che fosse già così il massimo che avrei provato. Mi sbagliavo di grosso. Anche durante i discorsi quando arrivavano i trainer ripartivano spontaneamente le grida della gente, “VERGOGNA!”, “AVETE LE MANI SPORCHE DI SANGUE”, “ASSASSINI”, “FECCIA!” (più o meno), poi Rita James alla fine del suo discorso ha chiesto silenzio per ricordare le vittime di questa industria infame, le migliaia e migliaia e migliaia di greyhound morti. Improvvisamente non è si è sentito più un grido, un respiro. Persino le macchine che fino a quel momento avevano suonato più o meno costantemente passando di lì, chissà come, in quel momento tacevano. Ho abbracciato forte la mia ragazza, piangevo pensando a Valentina uccisa incinta e trovata a marcire a cielo aperto, a Snip Nua usata per una trasmissione della BBC per fare pubblicità al greyhound racing e già morta prima ancora che andasse in onda il programma, soppressa per una frattura al garretto, ai cani trovati a Limerick con la testa spaccata, morti senza un nome, a tutti i morti al circuito di cui abbiamo avuto notizia in questi due anni, a quelli caduti e classificati solo come “non ha finito la gara” che significa quasi sempre essere uccisi dopo 5 minuti, a Ghigo che non hanno lasciato vivere nemmeno una volta adottato. E chissà a quanti altri ho pensato senza sapere nemmeno che siano mai esistiti, numeri che erano vite. Mi guardavo in giro e vedevo facce come penso fosse la mia, nere in volto, lacrime che solcavano le guance ghiacciate, sguardi che dicevano un milione di cose senza fare rumore. Ma la cosa veramente da togliere il fiato era il silenzio, assoluto, doloroso, rispettoso. Giuro che sentivo il mio respiro e il mio cuore che batteva. Persino quando sono passati dei trainer durante quel minuto abbondante, che nessuno si sentiva di interrompere, nessuno ha emesso un suono. Quello era un momento di dolore, di rispetto, di condivisione, di vicinanza, di solidarietà, di volontà di rendere possibile la fine del greyhound racing. Ma più di tutto era un ricordo di quei cani morti a causa dell’industria delle corse, di quelli di cui abbiamo riavuto i corpi, di quelli di cui abbiamo saputo i nomi e delle migliaia che sono morti e che moriranno ancora senza nome, senza ricordo. Di nuovo, numeri che erano, che sono vite. Ma era un silenzio di morte e vita allo stesso tempo. Un silenzio assordante, che non avevo mai sentito prima, un silenzio che avevo l’impressione mi avrebbe fatto esplodere, impossibile da contenere, un silenzio che non dimenticherò mai. – il messaggio della manifestazione: quello che mi porterò sempre dentro è il messaggio che questa manifestazione ha dato. E’ fondamentale educare il pubblico delle corse, il pubblico generico e anche chi non ha la minima idea di cosa sia in realtà l’industria delle corse o chi adotta un greyhound. Ma non facendo vedere solo cani felici sul divano, che spesso arrivano dall’industria delle corse stessa come cavalli di Troia confezionati da associazioni complici che tacciono degli abusi e sottolineano come i loro cani siano salvi grazie al contributo dell’industria. Queste associazioni evitano di dire che quei pochi cani che l’industria risparmia, e sui quali investe pochi spiccioli per liberarsene in maniera alternativa, permettono di mantenere una facciata che consente ad un sacco di gente di entrare al cinodromo senza avere la minima idea di cosa sta facendo. Il giorno precedente, eravamo andati davanti al cinodromo di Manchester, il più grande e vecchio di Inghilterra, lì dove tutto è cominciato, e una signora sentendo quello che le dicevamo, che le chiedevamo se sapesse cosa succedeva lì dentro, ha risposto “voglio solo passare una serata fuori”. E come lei molti altri. Con bambini piccoli persino. Tante, tantissime donne, troppe per essere consapevoli di quello che stavano facendo. Il messaggio della manifestazione è che l’educazione delle persone non è imbottire la loro testa di foto di cani felici dopo le corse come fanno le associazioni, anche italiane, che collaborano con l’industria e che spesso le usa come esempio di come loro amano i loro cani. E’ fargli capire che quando decidono di passare una serata al cinodromo magari senza nemmeno scommettere ma cenando con due soldi, di festeggiare un addio al celibato (costo: 7 pounds a testa tutto compreso), di scommettere due spiccioli sui “cani”, stanno direttamente o indirettamente sostenendo un’industria sanguinaria che ammazza migliaia di greyhound ogni anno. E che se non li ammazza li costringe a vite orribili. E l’unico modo per farlo è mostrargli la verità. E l’unico modo per fare in modo che non siano soli è continuare a mostrare la verità che ci arriva dai paesi dove esiste ancora il greyhound racing. Anche se significa criticare associazioni che dicono di salvare vite, persone considerate angeli che però per salvare i “loro” cani ne sacrificano molti altri, e mostrare come l’unica maniera per far finire tutto questo NON è adottare cani in qualunque maniera, non importa come. Il “come”, quando non va nella direzione giusta, uccide migliaia di vite. E la direzione giusta non ce la possono indicare 6 persone di due associazioni che hanno rapporti economici e personali diretti con l’ente corse di cui nessuno conosce la reale entità, e nemmeno chiunque collabori con esse per mantenersi in vita perché da sola la propria associazione non ce la fa. La direzione giusta ce la può indicare solo chi vede direttamente quanti danni fa questa politica di finta neutralità che uccide, uccide, uccide migliaia di cani mentre ne salva poche decine. La direzione ce l’hanno indicata ieri e si chiama Verità. Fredda, orribile, dolorosa ma semplice Verità. Filippo Soresi Bordini © Riproduzione riservata

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Presidente e socio fondatore di Pet levrieri dalla data di fondazione. Svolge questo ruolo in maniera totalmente gratuita. Nella vita svolge la professione di psicologa e psicoterapeuta. Per crescita personale si è formata e diplomata come educatrice cinofila presso la scuola SIUA. Ha svolto il corso professionalizzante per la gestione della ricerca e del soccorso di animali smarriti, organizzato da Pet Detective. Ha iniziato a scoprire quello che accade ai greyhound nel racing in seguito all’adozione della sua prima grey, Silky, nel 2008. Da qui il suo impegno civile antiracing e anticaccia in difesa dei greyhound, dei galgo e dei lurcher. Sposata con Massimo Greco, altro socio fondatore di Pet levrieri, condivide con lui questo impegno.
Insieme condividono la loro vita con sette cani, tutti adottati: Cabana, galgo spagnolo, Zen, grey salvato dal cinodromo di Macao, King, grey salvato dal mercato della carne in Cina, Babe, grey irlandese, Barney, grey irlandese, Lucy, grey irlandese, e Adhara, una meticcia. Nel cuore sempre presenti i tre grey Silky, Blackie e Rob, che sono stati straordinari amici e ambasciatori della causa.

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Membro del consiglio direttivo di Pet levrieri. Nella vita è Direttore delle Risorse Umane di una multinazionale del settore IT. Per passione personale a luglio 2020 conseguirà il titolo di educatore cinofilo presso la scuola Il Mio Cane.net. Ha partecipato al corso di gestione della ricerca e del soccorso di animali smarriti organizzato da Pet Detective. Nel marzo 2014 adotta “per caso” Sandy, greyhound irlandese e scopre la dura realtà dei levrieri sfruttati nelle corse e nella caccia decidendo così di impegnarsi concretamente nell’Associazione.
Coordina lo Shop Online, collabora con il gruppo Adozioni nelle visite di pre-affido e nelle attività post-affido, partecipa come portavoce di Pet levrieri ad eventi di informazione e divulgazione delle attività dell’associazione. Vive a Milano con il marito Massimiliano, i figli Giorgia e Marco, la grey Sandy, la lurcher Robin e Yughi, un meticcio di oltre 15 anni. Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri a titolo assolutamente gratuito.

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Vice Presidente e socio fondatore di Pet levrieri, laureata in scienze politiche internazionali, gestisce un’impresa di consulenze turistiche. In Pet Levrieri si occupa in particolare delle relazioni con la Spagna e dei profili dei galgo e si reca più volte all’anno nei rifugi spagnoli per conoscere i cani e stilarne i profili. Fa parte del team che amministra sito e pagine Fb dell’associazione.
Ha adottato la galga Debra nel 2011. Venire a contatto con la realtà dei levrieri rescue l’ha spinta ad approfondire il discorso e a impegnarsi attivamente a favore dei grey, galgo e lurcher sfruttati e maltrattati in tutto il mondo. Oltre a Debra vive con due cani meticci, salvati da situazioni di abbandono.
Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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Membro del consiglio direttivo e socio fondatore di Per levrieri, dove si occupa dell’organizzazione logistica degli eventi e del merchandising. Nella vita è titolare di un laboratorio odontotecnico dal 1990. Da sempre appassionato di cani, il suo primo cane è stato un setter irlandese. Sposato con Marianna Capurso, anche lei socia fondatrice di Pet levrieri, condivide con lei l’impegno antirancing e anticaccia in difesa dei levrieri. Accanto al presidente di Pet levrieri, ha partecipato alla prima conferenza mondiale sui greyhound in Florida nel 2016. Ha partecipato a molti corsi organizzati da Think Dog e Siua. Perle è stata la sua prima greyhound. Nella sua vita ora ci sono Peig e Inta, due lurcher, e Karim, greyhound salvato dal cinodromo di Macao, e Ricky, un pinscher, che è la mascotte di tutto il gruppo. Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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Membro del consiglio direttivo di Pet levrieri. Nella vita è una pasticciera. Dal 2014 a seguito dell’adozione di Rosie, una greyhound irlandese ha conosciuto la realtà dello sfruttamento dei levrieri. Da qui l’impegno in associazione. Coordina il gruppo facebook di Pet levrieri, gestisce il canale istituzionale Twitter, ed è membro del gruppo adozioni. Condivide la vita con il compagno Stefano, socio e volontario di Pet levrieri, James greyhound salvato in Irlanda e Jasmine greyhound sopravvissuta al cinodromo di Macao, nel cuore portano Rosie e Mags greyhound salvate in Irlanda. Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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