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Perché siamo strutturalmente contro l’industria delle corse

Noi continuiamo a usare termini come “greyhound racing” o “industria delle corse”, ma è giunto il momento di fare chiarezza, per quanto possibile, su cosa ci sia dietro le parole. Questo è fondamentale per comprendere che cosa diciamo e perchè siamo diversi da altri, anche da alcuni che ogni tanto si spacciano per antiracing.

In primo luogo “industria delle corse” e “corse coi cani” non sono sinonimi: le corse coi cani sono esistite molto prima che esistesse l’industria della corse, che è nata negli anni ’20 del secolo scorso. Oggi le corse con i cani sono gestite dall’industria, il che significa che porre fine alle corse e porre fine all’industria è la stessa cosa. L’industria si è impadronita delle corse e le ha trasformate in un business, cioè in un meccanismo finalizzato al profitto.

Qualche dato chiarirà il concetto. In Australia e Nuova Zelanda, nel 2011 sono stati pagati premi in denaro per 83 milioni di dollari australiani. In Irlanda, nello stesso anno, il racing ha generato 500 milioni di euro per il Tesoro.

In Inghilterra, la commissione sul gioco d’azzardo ha stabilito che il giro delle scommesse nell’anno fino al marzo 2012 è stato di 1,96 miliardi di dollari, cifra peraltro fortunatamente in calo del 15% rispetto al 2008.

Dunque non parliamo solo di trainer, ma di un’industria nel vero senso della parola, con

tanto di televisioni, come SkySport, al seguito. E i cinodromi non sono piste polverose, ma impianti moderni in cui si può bere e mangiare. Dunque altro denaro, fatturato, interessi, eccetera. Gli stessi cinodromi sono finanziati da società che hanno come unico interesse fare denaro.

Questo è il greyhound racing.

Che posto occupano i greyhound in questo meccanismo?

Sono delle pure macchine che devono rispondere alla regola fondamentale del business: il rapporto costi benefici. Un greyhound che non porta benefici o che si prevede non porterà benefici è un costo, dunque va eliminato.

L’overbreeding, cioè la riproduzione e l’allevamento di massa, con tecniche industriali come l’inseminazione artificiale, è dunque strutturale, non è un errore o una distorsione. Si producono molti cuccioli, più di quanti se ne possano fare adottare, perchè si cerca la prestazione e a patto che i costi siano limitati, dunque che sia possibile eliminare il surplus spendendo il meno possibile.

Nel 2011 ci sono state 327 cucciolate registrate in Inghilterra, 3272 in Irlanda e 3023 in Australia, per un numero stimato di cuccioli compreso tra 50 e 60 mila. In realtà sono stime, perchè i cuccioli non vengono registrati individualmente e questo consente di sottostimare le cifre all’occorrenza. In compenso il numero di cani dati in adozione dai programmi gestiti dall’industria è irrisorio: 4120 in Inghilterra, 600 circa in Irlanda, poche centinaia in Australia.

Dal momento che il numero di cani registrati nei circuiti ufficiali, che non sono gli unici dal momento che esistono anche circuiti non regolamentati, rimane costante, una quantità enorme di greyhound è ogni anno infruttuosa e costosa per l’industria e deve sparire.

Spesso l’industria si vanta dei suoi programmi di recupero Si tratta di uno specchietto per le allodole: in primo luogo perchè, come abbiamo visto, un surplus di cani da eliminare è fisiologico per l’industria stessa, in secondo luogo perchè usando quest’arma di propaganda l’industria cerca di rifarsi una verginità che non ha.

Un pò come se l’industria del tabacco finanziasse programmi finalizzati alla cura del cancro per mostrare la sua bontà. Ma dal momento che la strage di greyhound è strutturale al business, solo con la fine del business inizierà il vero welfare. E non è casuale che nei paesi in cui esistono le corse con scommesse i greyhound non siano considerati animali d’affezione, ma strumenti da reddito.

Il welfare dell’industria non è protezione dei cani, ma protezione dei guadagni e dell’immagine di un’industria che, avendo comunque a che fare con l’opinione pubblica occidentale, deve mostrarsi clemente e non disumana.

Ma se guardiamo cosa succede a Macao, dove evidentemente l’opinione pubblica è meno attenta, troviamo la verità pura: qui c’è un cinodromo in cui circa 400 greyhound, provenienti dall’Australia, vengono ammazzati ogni anno. Nessuno di loro viene adottato. Un’ultima considerazione è necessaria, e riguarda la sgradevole abitudine dei finti antiracing di nascondere le cose facendo finta di fare il contrario.

Se si vuole farla finita con la strage dei greyhound non basta dichiararsi genericamente contro le corse, ma è necessario battersi chiaramente per eliminare i responsabili. E oggi, come abbiamo visto, le corse sono un’industria.

Dunque è necessario dire chiaramente che solo lo smantellamento dell’industria delle corse risolverà il problema, industria che ha nomi precisi: IGB in Irlanda e GBGB in Gran Bretagna. Dunque solo mantenendo un atteggiamento di radicale denuncia, indipendenza e dura contrapposizione a questi organismi e ai loro interessi si potrà dare una vita decente ai greyhound.

L’industria delle corse, come quella del tabacco, uccide. Bisogna combatterla radicalmente e quotidianamente per quello che è, un’industria che uccide per denaro e non può fare altrimenti. Non si può riformare, non si può migliorare: deve chiudere. E bisogna dirlo con chiarezza. L’industria delle corse non si riforma, va abolita.

Presidente e socio fondatore di Pet levrieri dalla data di fondazione. Svolge questo ruolo in maniera totalmente gratuita. Nella vita svolge la professione di psicologa e psicoterapeuta. Per crescita personale si è formata e diplomata come educatrice cinofila presso la scuola SIUA. Ha svolto il corso professionalizzante per la gestione della ricerca e del soccorso di animali smarriti, organizzato da Pet Detective. Ha iniziato a scoprire quello che accade ai greyhound nel racing in seguito all’adozione della sua prima grey, Silky, nel 2008. Da qui il suo impegno civile antiracing e anticaccia in difesa dei greyhound, dei galgo e dei lurcher. Sposata con Massimo Greco, altro socio fondatore di Pet levrieri, condivide con lui questo impegno.
Insieme condividono la loro vita con sette cani, tutti adottati: Cabana, galgo spagnolo, Zen, grey salvato dal cinodromo di Macao, King, grey salvato dal mercato della carne in Cina, Babe, grey irlandese, Barney, grey irlandese, Lucy, grey irlandese, e Adhara, una meticcia. Nel cuore sempre presenti i tre grey Silky, Blackie e Rob, che sono stati straordinari amici e ambasciatori della causa.

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Macia, vicepresidente e socio fondatore di Pet Levrieri, ha lavorato presso case editrici e oggi collabora in qualità di correttrice di bozze e per la revisione di testi. Nel 2011 ha adottato il suo primo levriero, entrando in contatto con la triste realtà che si cela dietro galgo, grey e lurcher e da qui è nato il suo impegno che condivide con suo marito Francesco, anche lui volontario all’interno dell’associazione. Ricopre il ruolo di Coordinatore del gruppo Adozioni e a ogni arrivo la trovate dietro un tavolo a far firmare moduli agli adottanti.
Vive a Milano con il marito in compagnia di un galgo spagnolo, Rodrigo, e due grey irlandesi, Rosden e Suzie, l’ultima adottata un anno fa.

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Vice Presidente e socio fondatore di Pet levrieri, laureata in scienze politiche internazionali, gestisce un’impresa di consulenze turistiche. In Pet Levrieri si occupa in particolare delle relazioni con la Spagna e dei profili dei galgo e si reca più volte all’anno nei rifugi spagnoli per conoscere i cani e stilarne i profili. Fa parte del team che amministra sito e pagine Fb dell’associazione.
Ha adottato la galga Debra nel 2011. Venire a contatto con la realtà dei levrieri rescue l’ha spinta ad approfondire il discorso e a impegnarsi attivamente a favore dei grey, galgo e lurcher sfruttati e maltrattati in tutto il mondo. Oltre a Debra vive con due cani meticci, salvati da situazioni di abbandono.
Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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Membro del consiglio direttivo e socio fondatore di Per levrieri, dove si occupa dell’organizzazione logistica degli eventi e del merchandising. Nella vita è titolare di un laboratorio odontotecnico dal 1990. Da sempre appassionato di cani, il suo primo cane è stato un setter irlandese. Sposato con Marianna Capurso, anche lei socia fondatrice di Pet levrieri, condivide con lei l’impegno antirancing e anticaccia in difesa dei levrieri. Accanto al presidente di Pet levrieri, ha partecipato alla prima conferenza mondiale sui greyhound in Florida nel 2016. Ha partecipato a molti corsi organizzati da Think Dog e Siua. Perle è stata la sua prima greyhound. Nella sua vita ora ci sono Peig e Inta, due lurcher, e Karim, greyhound salvato dal cinodromo di Macao, e Ricky, un pinscher, che è la mascotte di tutto il gruppo. Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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Membro del consiglio direttivo di Pet levrieri. Nella vita è una pasticciera. Dal 2014 a seguito dell’adozione di Rosie, una greyhound irlandese ha conosciuto la realtà dello sfruttamento dei levrieri. Da qui l’impegno in associazione. Coordina il gruppo facebook di Pet levrieri, gestisce il canale istituzionale Twitter, ed è membro del gruppo adozioni. Condivide la vita con il compagno Stefano, socio e volontario di Pet levrieri, James greyhound salvato in Irlanda e Jasmine greyhound sopravvissuta al cinodromo di Macao, nel cuore portano Rosie e Mags greyhound salvate in Irlanda. Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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