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Dialogare e cambiare le cose dall’interno: strategie perdenti per i greyhound! (parte 2)

Tra le idee che circolano attorno al mondo del greyhound racing, vi è quella che questo mondo si possa cambiare dall’interno. Anzi che questa sia una grande strategia che alla lunga sarà vincente. Un’idea analoga nella sostanza è quella che si possa cambiare l’industria delle corse con il dialogo.

Come in altre circostanze, è utile non fermarsi ad un livello superficiale, e dunque dobbiamo chiederci cosa voglia dire in generale “cambiare una cosa dall’interno”?

La formula, intanto, inganna su un punto importante, perchè nessun organismo, nessuna associazione, niente ha un interno staccato dall’esterno.

Gli organismi, le associazioni, le aziende, cercano di raggiungere i propri scopi adattandosi alle condizioni ambientali. Cambiano dall’interno per adeguarsi alle pressioni esterne in relazione ai loro scopi. Quindi tutti gli organismi cambiano dall’interno, niente avviene dall’esterno, ma semmai su pressione dell’esterno. Il greyhound racing, per esempio, cerca sempre nuove strategie per mantenere i suoi profitti malgrado, per esempio, la pressione dell’opinione pubblica o la crisi economica. Dunque l’espressione “cambiare dall’interno” non vuol dire nulla.

D’altra parte, alcuni, magari gli stessi, parlano di dialogo con l’industria delle corse, ma cosa vuol dire dialogare?

Un dialogo presuppone che due soggetti parlino insieme per cercare una soluzione comune a un problema.

Dunque, in primo luogo, dialogare significa cercare una soluzione condivisa, facendo cambiare idea in parte a un altro e cambiando in parte la propria.

Dialogare implica dunque non arrivare alla rottura con qualcuno e cioè richiede un certo livello di compromesso. Sicuramente questo comporta di non dire o non fare qualcosa che magari si pensa, ma che porterebbe alla rottura.

Ammettendo che queste strategie siano in qualche modo efficaci, fino a che punto possono cambiare le cose? Fino a che punto un organismo, un’associazione, un’azienda possono accettare di cambiare? Possono cambiare fino al punto di autodistruggersi? La risposta è ovvia, la risposta è no, almeno non consapevolmente.

Nessun organismo può consapevolmente cambiare la sua natura, perchè vorrebbe dire autodistruggersi. Dunque può l’industria del greyhound racing autodistruggersi consapevolmente? No, e qual è la natura dell’industria del greyhound racing? Usare i greyhound per generare profitti, come già spiegato altrove.

Dunque, chi racconta di voler cambiare dall’interno o con il dialogo il greyhound racing ci sta spiegando che è possibile che l’industria delle corse smetta di essere quello che è per tornare ad essere un’attività amatoriale fatta per il puro divertimento. Il che è anacronistico, senza scomodare concetti complessi.

Come si farebbe, d’altra parte a cambiare dall’interno l’industria delle corse? E come si fa a dialogare con l’industria delle corse? Ci sono varie ipotesi, ovviamente puramente teoriche.

La prima è che grazie alla dialettica di alcuni si possa convincere un’industria, che nella sola Irlanda dà lavoro a 11000 persone e muove scommesse per centinaia di milioni, che deve smettere di dare lavoro a 11000 persone e di muovere scommesse per centinaia di milioni.

La seconda ipotesi è convincere gli irlandesi ad adottare alcune decine di migliaia di greyhound ogni anno invece delle poche centinaia adottate ogni anno. Naturalmente bisogna anche convincere gli irlandesi che quando un cane si azzoppa può essere curato a spese non si sa bene di chi. Considerando il numero di Irlandesi, è come se in Italia ogni anno venissero adottati 300 mila esemplari di una sola razza.

La terza ipotesi è quella di convincere l’IGB a smetterla con l’overbreeding, cioè con la pratica di far nascere più cuccioli di quanti…di quanti cosa non si sa. Il concetto di overbreeding è fumoso e privo di valore, e sarebbe bene che anche chi si batte contro il racing smettesse di usarlo.

Il concetto di overbreeding presuppone infatti che ci sia uno standard numerico accettabile, ma quale sia nessuno lo sa. Quanti greyhound dovrebbero nascere allora in Irlanda? Quanti se ne possono adottare? Quindi poche centinaia. Chi stabilisce quale è il numero “normale” di greyhound che dovrebbe nascere? L’allevamento di greyhound nel racing risponde a una sola regola, e non può essere diversamente: produrre il campione che consente grandi profitti minimizzando i costi. Dunque far nascere migliaia e migliaia di cuccioli è caratteristica strutturale dell’industria delle corse. La sovrapproduzione di cuccioli è come la sovrapproduzione di merci in qualunque settore economico. Necessaria per massimizzare i profitti. Ovviamente le merci devono costare il meno possibile, e allo stesso modo i greyhound.

Appare quindi evidente che le idee di cambiare la natura dell’industria delle corse dall’interno o con il dialogo non sono realizzabili.

Ma queste idee sono anche molto pericolose perché allontanano la soluzione del problema e finiscono anzi per dare più forza all’industria delle corse.

Infatti abbiamo visto che per dialogare o lavorare dall’interno è necessario trovare un compromesso, senza dire o fare cose che possono mettere seriamente in difficoltà la controparte. L’idea è più o meno la seguente: mantenere dei rapporti “normali”, senza sollevare polveroni e senza fare denuncia esplicita in modo da poter continuare a lavorare dall’interno e dialogare.

Il silenzio sarebbe dunque un espediente per poter continuare nella propria opera di convincimento e di persuasione.

Questo modo di operare permette all’occorrenza di dichiararsi antiracing, ma sempre in contesti e in modi in cui queste dichiarazioni non guastano i rapporti con l’industria.

Ma perchè questo modo di operare aiuta oggettivamente l’industria delle corse?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima affrontare un altro tema, fondamentale, cioè dobbiamo chiederci quale sia la migliore strategia per cambiare la situazione dei greyhound, cioè quale sia la migliore strategia per arrivare alla fine del greyhound racing.

La prima componente ce la suggerisce proprio l’industria delle corse, che organizza campagne educative nelle scuole e fa attivamente propaganda a favore delle corse. Perché fanno questo? Per due motivi, il primo è che in questo modo preparano gli scommettitori e i sostenitori di domani, il secondo è che in questo modo mantengono in vita presso l’opinione pubblica un’immagine buona e presentabile delle corse.

Dunque la prima cosa che bisogna fare per accelerare la fine del greyhound racing è diffondere nei paesi in cui ci sono le corse informazione corretta, trasparente e veritiera e sostenere campagne di educazione presso i giovani. In questo modo si isola l’industria e si cambia la mentalità. Una cultura e una mentalità sfavorevoli alle corse sono un grande problema per l’industria delle corse. Chi è contro non scommette, se non si scommette le piste chiudono. E se si è contro non si accetta che i cani siano usati come mezzi per arricchirsi.

La seconda componente è la pressione internazionale a livello politico e di opinione pubblica, finalizzata a cambiare la legislazione e impedire che i greyhound siano considerati dalle leggi locali come beni agricoli. Occorre che le leggi costringano a denunciare non le cucciolate ma i singoli cuccioli, a identificarli fin dalla nascita, a impedire che possano sparire nel nulla, a riconoscerli legalmente quindi come animali d’affezione. Questa pressione deve anche essere finalizzata ad eliminare i contributi pubblici all’industria delle corse, alcuni provenienti addirittura dall’Unione Europea.

La terza componente è la denuncia e l’informazione corretta nei paesi in cui non ci sono le corse, e questo perchè una parte del fatturato dell’industria delle corse viene dai turisti stranieri, per dichiarazione esplicita dell’industria stessa.

La quarta componente è la solidarietà materiale e ideale con tutti quelli che si battono sinceramente nei singoli paesi in cui opera l’industria. Una solidarietà che deve fornire sostegno a tutti i livelli a chi opera in condizioni difficili e con mezzi economici molto limitati. Solidarietà a tutti i rifugi e le associazioni indipendenti.

La quinta componente è la costruzione di una rete europea di associazioni e comunità che attuino iniziative comuni e campagne di sostegno.

Se questi sono gli elementi di una strategia che ha, anche se in tempi non brevi, possibilità di successo, è evidente che le pratiche del cambiamento dall’interno e del dialogo vanno nel senso assolutamente opposto.

Non sostengono economicamente i rifugi e le associazioni indipendenti, non educano e non informano, isolano chi si oppone all’industria delle corse, forniscono un alibi a quest’ultima rendendola presentabile.

Dunque il rischio di queste strategie è quello di allontanare la fine della tragedia dei greyhound.

Naturalmente, abbiamo dato per scontato che chi pratica queste strategie in cuor suo sia sinceramente antiracing, ma abbia solo scelto una strada sbagliata. Se sia realmente così non possiamo saperlo: dal momento che generalmente non ci sono azioni oggettive che possono confermare o smentire la buona fede, perchè se ci fossero non si potrebbe dialogare o cambiare dall’interno, noi dobbiamo semplicemente fidarci di quello che dicono.

Ma sapere se è così è in fondo inutile, noi siamo contrari a queste strategie non perchè siamo antiracing per principio. Noi siamo antiracing perché vogliamo la fine dello sfruttamento e della strage dei greyhound. E tutto ciò che allontana da questo obiettivo è per noi sbagliato.

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Presidente e socio fondatore di Pet levrieri dalla data di fondazione. Svolge questo ruolo in maniera totalmente gratuita. Nella vita svolge la professione di psicologa e psicoterapeuta. Per crescita personale si è formata e diplomata come educatrice cinofila presso la scuola SIUA. Ha svolto il corso professionalizzante per la gestione della ricerca e del soccorso di animali smarriti, organizzato da Pet Detective. Ha iniziato a scoprire quello che accade ai greyhound nel racing in seguito all’adozione della sua prima grey, Silky, nel 2008. Da qui il suo impegno civile antiracing e anticaccia in difesa dei greyhound, dei galgo e dei lurcher. Sposata con Massimo Greco, altro socio fondatore di Pet levrieri, condivide con lui questo impegno.
Insieme condividono la loro vita con sette cani, tutti adottati: Cabana, galgo spagnolo, Zen, grey salvato dal cinodromo di Macao, King, grey salvato dal mercato della carne in Cina, Babe, grey irlandese, Barney, grey irlandese, Lucy, grey irlandese, e Adhara, una meticcia. Nel cuore sempre presenti i tre grey Silky, Blackie e Rob, che sono stati straordinari amici e ambasciatori della causa.

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Macia, vicepresidente e socio fondatore di Pet Levrieri, ha lavorato presso case editrici e oggi collabora in qualità di correttrice di bozze e per la revisione di testi. Nel 2011 ha adottato il suo primo levriero, entrando in contatto con la triste realtà che si cela dietro galgo, grey e lurcher e da qui è nato il suo impegno che condivide con suo marito Francesco, anche lui volontario all’interno dell’associazione. Ricopre il ruolo di Coordinatore del gruppo Adozioni e a ogni arrivo la trovate dietro un tavolo a far firmare moduli agli adottanti.
Vive a Milano con il marito in compagnia di un galgo spagnolo, Rodrigo, e due grey irlandesi, Rosden e Suzie, l’ultima adottata un anno fa.

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Vice Presidente e socio fondatore di Pet levrieri, laureata in scienze politiche internazionali, gestisce un’impresa di consulenze turistiche. In Pet Levrieri si occupa in particolare delle relazioni con la Spagna e dei profili dei galgo e si reca più volte all’anno nei rifugi spagnoli per conoscere i cani e stilarne i profili. Fa parte del team che amministra sito e pagine Fb dell’associazione.
Ha adottato la galga Debra nel 2011. Venire a contatto con la realtà dei levrieri rescue l’ha spinta ad approfondire il discorso e a impegnarsi attivamente a favore dei grey, galgo e lurcher sfruttati e maltrattati in tutto il mondo. Oltre a Debra vive con due cani meticci, salvati da situazioni di abbandono.
Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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Membro del consiglio direttivo e socio fondatore di Per levrieri, dove si occupa dell’organizzazione logistica degli eventi e del merchandising. Nella vita è titolare di un laboratorio odontotecnico dal 1990. Da sempre appassionato di cani, il suo primo cane è stato un setter irlandese. Sposato con Marianna Capurso, anche lei socia fondatrice di Pet levrieri, condivide con lei l’impegno antirancing e anticaccia in difesa dei levrieri. Accanto al presidente di Pet levrieri, ha partecipato alla prima conferenza mondiale sui greyhound in Florida nel 2016. Ha partecipato a molti corsi organizzati da Think Dog e Siua. Perle è stata la sua prima greyhound. Nella sua vita ora ci sono Peig e Inta, due lurcher, e Karim, greyhound salvato dal cinodromo di Macao, e Ricky, un pinscher, che è la mascotte di tutto il gruppo. Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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Membro del consiglio direttivo di Pet levrieri. Nella vita è una pasticciera. Dal 2014 a seguito dell’adozione di Rosie, una greyhound irlandese ha conosciuto la realtà dello sfruttamento dei levrieri. Da qui l’impegno in associazione. Coordina il gruppo facebook di Pet levrieri, gestisce il canale istituzionale Twitter, ed è membro del gruppo adozioni. Condivide la vita con il compagno Stefano, socio e volontario di Pet levrieri, James greyhound salvato in Irlanda e Jasmine greyhound sopravvissuta al cinodromo di Macao, nel cuore portano Rosie e Mags greyhound salvate in Irlanda. Svolge i suoi incarichi in Pet levrieri in maniera totalmente gratuita.

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